La voce del padrone

Confindustria vuole i professionali a 4 anni e confusi con la formazione regionale

Claudio Tucci, giornalista de Il sole 24 Ore e vestale rigorosa del feroce classismo di Confindustria, interviene ancora una volta per cercare di vanificare il dettato e gli effetti dell’art. 3 della Costituzione: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Così ci informa il giornalista guru della scuola sul giornale di Confindustria del 9.2.2017: “Più alternanza scuola-lavoro (almeno il 50% dell’orario scolastico). Robuste dosi di laboratorio, già a partire dal primo biennio. Percorsi didattici di 4 anni (e non di 5), con una identità ‘chiara’ e ‘subito pratica’, valorizzazione del ruolo delle Regioni ed esigenze del territorio e con la possibilità per i neo diplomati di iscriversi negli Istituti tecnici superiori. Confindustria ha inviato in Parlamento le proprie osservazioni allo schema dei Dlgs che riordina l’IPS.” C’è da restare sbigottiti. L’orario settimanale nell’Istruzione Professionale Statale (IPS) è stato tagliato fino al 25%, dal 2010 sono passati dalle 40 ore settimanali alle attuali 32 tagliando equamente tra le discipline di base e ore di laboratorio. Così oggi, come in ogni altra scuola superiore, le ore di scuola annuali si sono ridotte ad un massimo di 1.056 annue.
Quindi, secondo Confindustria, nel triennio dell’IPS dovrebbero essere destinate all’alternanza scuola-lavoro ben 1.584 ore sulle complessive 3.168.
Già oggi, come previsto dalla L. 107/2015, le ore di alternanza scuola-lavoro, nel triennio dell’IPS, sono 400 e sono la “materia” con il numero più elevato di ore, ma a Confindustria non bastano

CONFINDUSTRIA CONTRO LA VALORIZZAZIONE DELL’IPS
D’altronde sono 70 anni che Confindustria manifesta con continuità una insofferenza per i progressi che l’IPS ha realizzato nel secondo dopoguerra, in Italia. Negli anni ’50 il percorso dell’IPS era soltanto triennale al termine del quale venivano rilasciati attestati di qualifica senza reali possibilità di essere spese nel mercato del lavoro, se non per i mestieri a carattere meramente manuali ed esecutivi. Una prosecuzione del discriminante Avviamento Professionale alternativo alla scuola media che dava accesso ai licei. L’IPS, soprattutto dopo il 1968, ha realizzato una trasformazione prodotta da una forte pressione sociale e che ha visto Confindustria permanentemente all’opposizione, predicando che per essere buoni operai specializzati non era necessario lo studio di tante materie di base. Infatti prima del ’68 le materie di base erano limitate ad una sola materia “Cultura Generale” (che non distingueva tra Lingua Italiana, Storia, Geografia), mentre la matematica si limitava al calcolo e all’aritmetica.
Dopo il ’68, l’IPS fu trainata in un percorso nel quale il percorso di studi divenne quinquennale e furono inserite le materie “culturali” generali: Lingua Italiana, Storia, Geografia, Matematica ma anche molte materie specifiche per gli indirizzi (Fisica, Chimica). Per un ventennio Confindustria tuonò contro lo snaturamento dell’IPS, la “liceizzazione” e l’eccesso di cultura non indispensabile per chi avrebbe dovuto fare l’operaio anche se specializzato. Era esplicita la lamentazione di una perdita di tempo e risorse per occupazioni che non richiedevano né conoscenze, né culture, né consapevolezze. Le lamentazioni rimasero sterili e, nella generale scolarizzazione degli anni Settanta, l’IPS ebbe una funzione di traino consentendo, ad un tempo, la finalità di titoli di studio spendibili con successo sul mercato del lavoro, ma anche quello di una preparazione culturale in grado non tanto e non solo la prosecuzione negli studi universitari, ma l’acquisizione efficace di saperi in grado di soddisfare l’esercizio professionale evoluto e una formazione di base in grado di evolversi nel tempo.
Attraverso l’istruzione Professionale e Tecnica ebbe luogo l’emancipazione culturale, sociale ed economica di milioni di giovani che, per provenienza sociale ed economica, non avevano nel loro orizzonte la frequentazione universitaria. Nei due decenni successivi agli anni Settanta la frequenza degli Istituti Professionali e Tecnici raggiunse oltre il 70% degli studenti delle superiori.
Tutto ciò non poteva che essere combattuto dalle forze reazionarie e oscurantiste che, salvo brevi periodi, hanno diretto Confindustria.

UN COCKTAIL TOSSICO
L’esimio giornalista riporta virgolettate le parole di Pierangelo Albini, direttore dell’Area lavoro, welfare e capitale umano (sic!) dell’associazione padronale che in occasione della presentazione del documento in materia ha detto: “In un mondo in continua evoluzione e sotto la spinta di Industria 4.0 c’è bisogno, che la scuola differenzi l’offerta didattica per formare giovani che sappiano affrontare le nuove sfide”. “La scuola differenzi l’offerta didattica” suona come una condizione essenziale perché non vi sia uguaglianza tra giovani e cittadini. Non si capisce perché in “un mondo in continua evoluzione” non si debba puntare su una robusta e completa formazione culturale e professionale di base per tutti, che consenta a tutti di leggere il mondo le sue trasformazione, l’accesso autonomo ai saperi e le conoscenze che evolvono. Inoltre, “che la scuola differenzi i percorsi didattici” appare un auspicio per la formazione di eserciti di esclusi bisognosi di assistenza e controllo per il resto della loro vita. L’auspicio di Confindustia è la miscela e l’inguacchio tra IPS e Formazione Professionale Regionale (FPR) “sotto la cabina di regia delle Regioni”. Ricordiamo che la FPR, gestita normativamente e storicamente da enti di ispirazione religiosa o sindacale, non è mai stata in grado né lo è attualmente di garantire la formazione teorica, nemmeno per quei giovani apprendisti che ne avrebbero avuto diritto per 120/200 ore annue. Negli anni migliori gli apprendisti che hanno potuto frequentare la FPR non hanno mai superato la quota del 10% degli aventi diritto. A questa debacle si è accompagnato però un record: il record del malaffare e della truffa istituzionale tanto che in termini giornalistici la FPR era detta e nota come “quel verminaio della Formazione”. Non si contano i processi in cui sono stati coinvolti i gestori dei centri riguardanti malversazioni per decine di milioni.
Oggi, come riconosce lo stesso Tucci, la FPR “coinvolge 135mila studenti e ottiene ottimi risultati occupazionali” mentre “l’IPS coinvolge 550.000 alunni e 60.000 docenti, e a causa di un approccio molto teorico e ‘scolastico’, è in grave affanno, con elevatissimi tassi di abbandono (il 38% nei primi 2 anni).” Condividiamo il parere sulla “sofferenza” in cui versa l’IPS e l’elevato abbandono degli studenti nel corso del primo biennio. Entrambi sono fenomeni da attribuire a specifiche iniziative dei governi (sollecitati o diretti da Confindustria). Il taglio delle ore di lezione, la perdita di personale e attrezzature laboratoriali nelle scuole, hanno causato una perdita di senso dell’IPS. La rarefazione sul territorio degli edifici e degli Istituti ha causato un fenomeno di pendolarismo tanto accentuato da determinare da solo lo scoraggiamento alla prosecuzione degli studi. Il tentativo, già in atto, di miscelare IPS e FPR ha già contribuito non poco al degrado della qualità dell’IPS. Non si vede in cosa possa essere d’aiuto la miscela di IPS con la FPR, visto che gli attuali 135.000 allievi dei Corsi Regionali ne denunciano inequivocabilmente l’agonia della FPR che pure gode della protezione dei poteri regionali, nazionali, partitici e sindacali, compresi quelli confindustriali. Da non trascurare che l’odierna convivenza tra FPR e IPS negli stessi istituti ed edifici statali è spesso causa della trasfusione di studenti della scuola statale ai corsi regionali, che, per sovrapprezzo, viene misurata come abbandono.
Ancora più dannosa appare la proposta confindustriale di ridurre di un anno dei percorsi scolastici delle superiori. Già naufragata ai tempi del ministero Berlinguer, le scuole superiori di durata quadriennale, grazie agli ultimi governi, sono diventate una realtà, anche se ancora a livello sperimentale, che dopo il lancio propagandistico molto eclatante vivono una sorta di ibernazione in attesa di tempi migliori. Ma la Cabina di Regia Regionale, a quanto pare, sarebbe la chiave per procedere alla riduzione a 4 anni il percorso dell’IPS, alla stregua della FPR.
Ma come ci pare evidente dalla politica scolastica dei governi negli ultimi 30 anni, l’obiettivo contingente di fare cassa con i tagli alla scuola si integra bene con l’obiettivo strategico di deprimere culturalmente e civilmente un segmento della popolazione giovanile disponibile a non richiedere esercizio dei diritti sul posto di lavoro, bassi salari e livelli di precarietà elevata.
In una indagine dell’ISFOL inserita nel “XIII (2015), Rapporto di monitoraggio delle azioni formative” risulta che a tre anni dal conseguimento della qualifica presso la FPR sono occupati soltanto il 50%; i restanti non hanno un’occupazione. Degli occupati distinti per tipo di contratto: soltanto il 25,8% hanno un contratto a tempo indeterminato, i restanti 75% dei contratti sono a tempo determinato (25,5%), senza contratto (4,9%), Collaborazione (5,4%), Interinale (1,9%), Apprendistato (36,5%).

Gli allievi iscritti alla FPR sono: “in primo luogo, gli studenti a rischio di abbandono con un percorso irregolare e con una scarsa consapevolezza dei propri mezzi: sono ragazzi che subiscono un ‘orientamento per dirottamento’ in genere, dal secondo anno dei percorsi d’IPS” In sostanza si iscrivono ai corsi professionali come prima scelta originaria soltanto il 41,4% degli allievi, il 60% circa, viene dirottato dalla scuola statale.

Questi sarebbero ”gli ottimi risultati occupazionali” della FPR di cui parlava Tucci? Si potrebbe dire meglio: un parco di “sfigati”, “drop-out”, disponibili alla precarietà, alla disoccupazione, ai bassi salari, da incrementare di quei 550.000 giovani che ancora si accaniscono a cercare di studiare nell’IPS, nonostante lo sfascio indotto dalle politiche governative degli ultimi decenni.